Con The Fatal Flaw, il secondo album della cantautrice britannica, Paris Paloma trasforma la propria riflessione sul patriarcato in un’esplorazione più intima e universale dell’amore, dell’arte e della vulnerabilità. Tra mitologia, femminismo, Rothko e Turner, il nuovo disco segna un’evoluzione sonora e personale dopo il successo di Labour.
Con The Fatal Flaw, Paris Paloma porta la propria scrittura ancora più a fondo, trasformando amore, perdita, vulnerabilità e crescita personale in un racconto sonoro ampio e cinematografico. Un disco che parla di patriarcato e relazioni, ma soprattutto della possibilità di tornare a sentire, amare e riconoscere ciò che davvero meritiamo.
In questa intervista abbiamo parlato nuovamente con Paris Paloma di The Fatal Flaw, del rapporto tra amore e liberazione e del coraggio di esporsi senza più difese.
Partiamo da The Fatal Flaw. Il titolo stesso suggerisce qualcosa di profondamente umano e imperfetto. Qual è il cuore di questo album e cosa volevi raccontare questa volta?
Con The Fatal Flaw volevo esplorare l’amore in tutte le sue forme: l’amore romantico, quello per noi stessi, per le altre persone, per la natura e per l’arte. È anche un album sulla trasformazione e su ciò che succede quando finalmente impariamo ad accettare ciò che sentiamo.
L’amore e l’arte sono due cose in costante evoluzione, come la vita, per questo sono diventate il centro del nuovo disco

Rispetto a Cacophony, il disco sembra più luminoso, romantico e anche più pop, pur mantenendo quella dimensione teatrale ed emozionale che caratterizza la tua musica. Come è cambiato il tuo universo sonoro?
C’è qualcosa di molto operistico nel nuovo album. Ho cercato di espandermi sonicamente in ogni direzione. Alcune canzoni sono incredibilmente orchestrali e ci siamo mossi attraverso diverse forme di romanticismo.
Poi, dall’altra parte, ci sono brani più vicini alla dance e al pop, come “Good Boy” e “Miyazaki”. The Fatal Flaw ha uno spettro sonoro molto ampio.
“Labour” è stata una canzone enorme per la tua carriera. Negli ultimi anni la tua musica sembra essersi sviluppata dalla rabbia e dalla protesta verso una riflessione più ampia sull’amore, sull’intimità e sulle relazioni. È stata un’evoluzione naturale?
Lo è stata sicuramente. “Labour” è arrivata quando non avevo ancora il pubblico che ho oggi, ed è stato un momento enorme e molto significativo. Quella canzone continua a evolversi.
Mi ha permesso di guardare le cose da una prospettiva più ampia e di scrivere nuove canzoni per un pubblico che riflettessero ciò che può accadere una volta che abbiamo riconosciuto la rabbia e l’ingiustizia.
Le canzoni di The Fatal Flaw, come “Good Boy”, “Pyrrhus” o “Beautiful Birds”, parlano ancora di patriarcato, mascolinità e dei danni che questi sistemi provocano, ma si chiedono anche cosa significhi amare dopo aver riconosciuto tutto questo.
Esatto, nel disco amore e patriarcato sembrano essere continuamente in dialogo. Cosa significa per te amare quando hai imparato a riconoscere le strutture che condizionano le nostre relazioni?
Penso che sia una domanda molto importante: cosa significa essere una donna che ama gli uomini e allo stesso tempo cerca di liberare la propria vita dal patriarcato? Oppure cosa significa provare a convincere gli uomini ad abbandonare la mascolinità tossica?
Sono domande che attraversano tutto l’album. Volevo capire se l’amore può essere anche una forma di liberazione.
Hai detto che per molto tempo hai evitato di scrivere canzoni d’amore perché le narrazioni femminili sull’amore vengono spesso considerate meno serie. Pensi che esista ancora un doppio standard nel modo in cui la cultura tratta le emozioni delle donne?
Sì, penso che sia così. In modi diversi, le emozioni di tutte le persone vengono invalidate per ragioni differenti. Penso che i sentimenti delle donne sull’amore vengano spesso considerati banali e non vengano trattati con la stessa profondità.
Io volevo scrivere dell’amore come se fosse qualcosa di epico, come una grande canzone o un bellissimo dipinto esposto in un enorme salone. Volevo parlare dell’importanza di queste emozioni indipendentemente dal genere, perché l’amore è una parte straordinaria delle nostre vite.
“Good Girl” e “Good Boy” sembrano due facce della stessa riflessione. Le hai pensate come canzoni complementari?
Quando le ho scritte non necessariamente, ma dopo ho capito che volevo raccontare i diversi modi in cui uomini e donne continuano a perpetuare il patriarcato su loro stessi.
Per gli uomini questo avviene attraverso la cultura della mascolinità tossica e il modo in cui viene imposta agli altri uomini. Per le donne, uno dei modi più diffusi è invece l’oppressione dei nostri stessi corpi: l’immagine corporea, il modo in cui trattiamo noi stesse e il modo in cui ci conformiamo agli standard di bellezza patriarcali.
Sono due modi per dire a me stessa e alle persone di entrambi i generi: “Aspetta. Non dobbiamo essere obbedienti al patriarcato”.
L’attivista e scrittrice Bell Hooks è una delle influenze più importanti del disco. C’è un’idea del suo lavoro che senti particolarmente urgente oggi?
Sono continuamente affascinata dal modo in cui Bell Hooks scrive della mascolinità. Parla del patriarcato senza alcuna esitazione, con grande forza, ma allo stesso tempo affronta il cambiamento necessario per i giovani partendo da un luogo di grande amore.
Alcune canzoni dell’album sono state ispirate direttamente dai suoi libri, soprattutto da All About Love e The Will to Change.
È stata un’influenza fondamentale perché penso che separiamo troppo spesso il tema dell’amore da quello della liberazione e dalla possibilità di superare il patriarcato. Nel suo lavoro, invece, questi elementi sono collegati in modo molto diretto.
L’arte è un elemento centrale di The Fatal Flaw. “Rothko” e “I Cry in Front of Paintings” sembrano quasi due estremi dello stesso percorso. Da dove nasce questa connessione?
“I Cry in Front of Paintings” chiude l’album e torna ai temi con cui il disco si apre. “Rothko” l’ho scritta quando avevo 17 anni, quando ero innamorata dei dipinti di Mark Rothko. È molto noto che le persone piangano davanti alle sue opere.
Ero emozionatissima di vedere un Rothko per la prima volta, ma quando finalmente l’ho visto non mi ha fatto piangere. Ricordo di essere rimasta davanti al dipinto quasi cercando di costringermi a piangere.
Ed è la stessa cosa che accade quando incontri qualcuno e pensi di non essere capace di amare. Non significa che tu non possa amare: significa che il contesto è sbagliato. È la persona sbagliata, il momento sbagliato, il luogo sbagliato.
Poi, diversi anni dopo, stavo attraversando una rottura e mi sono resa conto che mi sentivo esattamente come davanti a quel Rothko: era come stare davanti a qualcuno e cercare di costringerti a provare qualcosa che non riesci a sentire.
Mi sentivo fuori contesto come quando l’ho visto poiche Rothko voleva che i suoi dipinti fossero esposti insieme e in una determinata condizione di luce. Quando ho visto il suo quadro, invece, le luci erano molto forti ed era esposto da solo.
Quindi “I Cry in Front of Paintings” è anche una canzone sulla capacità di amare?
Sì. L’idea di piangere davanti a un dipinto è diventata una metafora dell’amore: avere un’epifania amorosa, riuscire ad amare quando non eri sicura di poterlo fare, o trovare l’amore in una forma completamente inaspettata.
Dopo tutto il lavoro che fai su te stessa per capire ciò che meriti, può apparire qualcosa di completamente diverso da quello che avevi immaginato. Ma proprio perché hai intrapreso un percorso di guarigione sei finalmente pronta a riconoscerlo.
La canzone parla di accettazione, amore, romanticismo e della possibilità di trovare qualcosa in un luogo o in un momento in cui non pensavi sarebbe mai successo. E, quando lo trovi, scegliere ciò che è buono per te e ciò che senti di meritare davvero.
La mitologia è un’altra presenza importante nell’album, soprattutto in “Pyrrhus”. Me ne parli?
Mi interessano molto perché permettono di guardare alle esperienze contemporanee attraverso qualcosa di molto antico. “Pyrrhus” racconta la storia del figlio di Achille e la sua ricerca della divinità a un prezzo enorme.
Mi interessava creare un parallelo con alcune dinamiche che vediamo nella cultura contemporanea, anche nella cosiddetta “manosphere”.
Hai anche citato The Women of Troy della scrittrice Pat Barker come una delle letture legate al disco. Cosa ti ha colpito di quel libro?
Racconta le storie delle donne durante la guerra di Troia e nell’Iliade. Mi interessa molto quella prospettiva femminile su una storia che conosciamo soprattutto attraverso gli uomini.
Trovo interessante il parallelismo con la cultura contemporanea e con il modo in cui oggi raccontiamo le esperienze delle donne e degli uomini.

L’arte non è solo nei testi: anche la copertina di The Fatal Flaw sembra costruire un vero e proprio universo visivo. Come è nata?
La fotografa è Phoebe Fox. Realizza tutte le mie fotografie e abbiamo lavorato insieme per costruire questo mondo.
Avevo dipinto un’immagine dell’albero rosso che è diventata in seguito il soggetto della copertina, e poi abbiamo costruito questo spazio liminale insieme a Phoebe.
Hai dipinto sul muro alle tue spalle, lo hai realizzato tu stessa?
Sì. L’ho realizzata anni fa ed è una copia di un dipinto di Turner. Mi sembrava particolarmente adatta al nuovo album perché ho tratto molta ispirazione da William Turner, soprattutto per la palette cromatica.
Mi interessava l’idea del sublime, delle tempeste, di qualcosa di enorme e bellissimo allo stesso tempo.
Hai aperto i concerti nelle arene europee per Florence + The Machine. Cosa hai imparato guardandola sul palco?
È stato incredibile. Guardarla suonare è stato come andare a scuola ogni sera e chiedermi che tipo di artista voglio essere.
Voglio esibirmi a un livello sempre più alto e, in questo senso, è stato davvero come cercare di imparare tutto quello che potevo da lei.


